Si parla tanto, negli ultimi anni, di cambiamento climatico e dei possibili devastanti effetti che potrebbe subire il nostro pianeta e, con esso, tutti noi. Nella lunga lista delle conseguenze, vi è anche quella dell’innalzamento delle acque degli oceani e, senza ricorrere alla previsione di generali catastrofi, tutto questo ci ricorda qualcosa…
C’è stato un tempo lontanissimo, in cui piovve talmente tanto che le acque si innalzarono fino a coprire la terra. Si salvarono solo alcuni animali e una famiglia grazie al capostipite, Noè, che costruì la famosa arca su ordine di Dio. Il diluvio – punizione divina avvenuta poiché il Signore era adirato con il genere umano – si arrestò dopo 40 giorni. Allora l’arca si depositò sul monte Ararat, ma non era ancora finita.
Noè doveva essere certo che la terra fosse percorribile, così da una delle finestre dell’arca fece uscire un corvo, che però tornò presto perché non aveva trovato nessun posto in cui posarsi; allo stesso modo, la colomba volò via e tornò. Noè attese altri sette giorni e di nuovo inviò la colomba, che finalmente tornò da lui la sera tenendo nel becco un ramo di ulivo. Trascorsi nuovamente sette giorni, la colomba volò ancora una volta fuori dall’arca e non fece più ritorno.
Le acque si erano ritirate. Noé poteva uscire e con lui la sua famiglia e le coppie di animali.
Il noto episodio del diluvio universale è narrato nel libro di Genesi, 7 e 8.
Noé è uno dei personaggi più amati nei primi secoli del Cristianesimo, tanto che la sua figura campeggia incisa sulle lastre di chiusura di alcuni loculi, così come sulle pareti dei cubicoli e sui sarcofagi.
Ma come raffigurare Noè? E l’arca? Ebbene, non immaginereste mai “l’artificio” ideato dai primi cristiani. Lo vediamo nelle catacombe dei Santi Pietro e Marcellino, a Roma, nella località nota come “ad duas lauros” nelle fonti… e attualmente conosciuta come Tor Pignattara, che sta semplicemente a indicare il Mausoleo di Sant’Elena.

Proprio qui, nei meandri del cimitero sotterraneo, spunta un affresco in cui si nota un uomo imberbe, in posizione orante, abbigliato con la tunica manicata e clavata (ovvero con i clavi, quelle strisce purpuree che scendono verticalmente dalle spalle verso il bordo inferiore), all’interno di una cassetta con tanto di coperchio e una finestrella. E a dire il vero, più che una cassetta, sembra proprio una cassapanca!
Come sappiamo che si tratta di Noé? Ricordate quando, in uno dei primi post, vi dissi – ricordando quanto affermato da Padre E. Kirschbaum – che ogni personaggio è riconoscibile grazie a uno specifico attributo? Quale potrebbe essere l’elemento identificativo di Noè? Sicuramente l’arca e la colomba, ma non una qualsiasi. Una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.
Torniamo al nostro affresco. Davanti all’uomo orante nella cassetta galleggiante sulle tumultuose acque, vi è proprio una colomba in volo con un ramoscello d’ulivo nel becco.
Quella stessa colomba diventerà, nei secoli, il simbolo di pace, ricordando la fine del diluvio universale e la riappacificazione di Dio con l’uomo.
Sulla fronte del famoso sarcofago di Giona, invece, Noè nell’arca è raffigurato in dimensioni molto piccole, di profilo, sempre all’interno della sua “cassetta con coperchio”. Si alza in piedi, fuoriuscendo dall’arca e afferra il ramoscello tenuto dalla colomba.

Quando vedete, quindi, un uomo con le braccia alzate all’interno di una cassetta (quindi l’arca “stilizzata”), ricordatevi di Noè. Potreste essere in sua presenza.
Un’ultima curiosità. Nel cubicolo della Velata, nelle catacombe di Priscilla, la colomba con il ramoscello di ulivo compare in un’altra scena, che nulla ha a che vedere con Noè. Si tratta dell’episodio dei tre fanciulli ebrei oranti nella fornace di Babilonia, di cui vi parlerò più avanti. Ebbene, la colomba vola sulle loro teste per indicare cosa? La salvezza. I tre fanciulli furono salvati grazie alla loro incrollabile fede in Dio e gli artisti che lavorarono al cubicolo della Velata decisero di indicare quel momento proprio “contaminando” l’episodio con l’elemento di un altro, prendendolo quasi “in prestito” da Noè.

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Vi aspetto al prossimo post!
Se vuoi approfondire, puoi leggere i seguenti contributi:
D. Calcagnini, Minima Biblica. Immagini scritturistiche nell’epigrafia funeraria di Roma, Città del Vaticano 2006, pp. 106-108.
P. Franke, Bemerkungen zur frühchristlichen Noe-Iconographie, in Rivista di Archeologia Cristiana, 49 (1973), pp. 171-182.
B. Mazzei, s.v. “Noè”, in F. Bisconti (a cura di), Temi di iconografia paleocristiana, Città del Vaticano 2000, pp. 231-232.
R. Pillinger, Noe zwischen zwei Tauben, in Rivista di Archeologia Cristiana, 54 (1978), pp. 97-102.
La foto del sarcofago di Giona è tratta da: https://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/museo-pio-cristiano/buon-pastore-e-giona/sarcofago-_di-giona.html
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